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Quanto e come guadagna un Fundraising Manager: la questione della retribuzione a percentuale.

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Quella del Fundraising Manager è ormai una professione a tutti gli effetti. Il settore della raccolta fondi si è infatti sempre più specializzato nel tempo, sia da parte delle organizzazioni no profit che la svolgono, sia da parte dei donatori, che richiedono maggiore riscontro delle risorse economiche da loro devolute in beneficenza.

Questo si traduce nella nascita di una nuova figura, quella del Fundraising Manager, che richiede una qualificazione specifica e dedicata per essere svolto, come ad esempio un diploma di master in Fundraising, e delle competenze ben precise, che spaziano dall’ambito umanistico e giuridico, fino a quello economico e manageriale.

Come ogni professionista, anche il Responsabile di una Campagna di Raccolta Fondi percepisce una retribuzione, che spesso varia nella tipologia anche a seconda del modo in cui si svolge questo lavoro, cioè se come dipendente o come consulente e libero professionista. Nel caso del secondo, ovviamente, ci sarà bisogno di possedere una partita IVA, con tutti i costi che essa prevede.

La questione della retribuzione a percentuale.

Il Fundraising a percentuale è forse la problematica più frequentemente incontrata da chi inizia a lavorare in questo settore negli ultimi tempi. In Italia, sono molti i professionisti e le associazioni che si stanno battendo contro questo nuovo modo di retribuire i Fundraising Manager.

I quattro motivi fondamentali per cui molti si oppongo alla retribuzione a percentuale sono i seguenti:

  1. L’efficacia dell’attività di un Fundraising Manager non dipende unicamente dal proprio operato, ma da una pluralità di fattori (come del resto qualsiasi altra professione). Dunque la maggiore o minore riuscita di una campagna di raccolta fondi non può essere il parametro di misura di un buon operato o meno.
  2. Come qualsiasi professionista, il bisogno di guadagnare uno stipendio degno per poter coprire le proprie spese quotidiane è un bisogno vitale. Legare tale retribuzione all’ammontare di fondi raccolti durante un fundraising significa mettere a repentaglio l’etica, per quanto ferrea, del fundraiser, che potrebbe essere indotto a scelte e comportamenti più mirati al guadagno personale che all’interesse dell’organizzazione per cui svolge una campagna di raccolta fondi, o all’interesse dei donatori.
  3. Alla base della professione del Fundraiser Manager vige la consapevolezza che il suo operato è direttamente legato a relazioni, fiducia, trasparenza, consenso e adesione reciproca con il donatore. Questi valori devono essere non solo mantenuti e rispettati, ma anche difesi grazie a condizioni di lavoro decorose e oneste.
  4. Il reale valore della prestazione fornita da un Responsabile di una Raccolta Fondi consiste anche nei risultati intangibili che la sua azione genera. Più in generale, non essendo il fundraising una questione di soldi, bensì di etica, il valore di un Fundraising Manager deve essere misurato sulla quantità di etica messa in campo e non sulla quantità di soldi donati che egli è riuscito a raggiungere.

Ovviamente questa è solo la punta dell’iceberg di una serie di altri aspetti negativi del fundraising a percentuale.

Andando più in profondità, una retribuzione a percentuale significa che l’organizzazione no profit per la quale si opera non è realmente intenzionata a investire sulla raccolta fondi che svolge, il che è un paradosso in partenza. Vuol dire infatti che è la prima a non sposare la propria causa, a sostenerla e a fare in modo che la mission venga raggiunta con successo. Se l’organizzazione è infatti la prima a non perpetrare la propria causa, perché dovrebbe farlo qualcun altro? Questo, oltretutto, si tradurrà nell’assenza di supporto prestata dall’organizzazione al proprio Fundraiser, che non verrà messo nelle condizioni adeguate per svolgere al meglio il proprio lavoro e avere quindi il successo sperato.

Inoltre, come tutte le professionalità, quella del Manager di una Raccolta Fondi non è un costo, bensì un investimento, forse il primo all’interno di una campagna di fundraising. Come investimento e come qualsiasi altra professionalità investita nel business plan (che per un’organizzazione no profit è il piano di fundraising) esso non può essere sostenuto a percentuale. Il Fundraiser non è infatti un procacciatore di affari, guadagni e clienti, bensì un veicolo di solidarietà ed etica.

Si crea, infine, un paradosso per cui una percentuale delle donazioni percepite debbano essere devolute a sostenere il fundraiser. Non solo questo prevede quindi la “truffa” del donatore, che a sua insaputa sta devolvendo parte delle sue risorse economiche al fundraiser, ma vuol dire che soldi che potrebbero essere spesi per raggiungere la mission verranno detratti per retribuire il fundraiser. E il cerchio si chiude, poiché si ritorna alla poca serietà dell’investimento da parte di un’organizzazione, che non si dimostra realmente attiva nel perseguimento di una causa e volesse raggiungere ogni onore, senza spendersi in nessun onere.

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